If you spend any time at all talking to rightist immigration restrictionist types on Twitter or elsewhere, you'll notice that they've taken to calling themselves "nationalists." They contrast this with "globalism", which they associate with rootless cosmopolitans pushing open-borders policies on countries to which they have no allegiance. Lots of people on the left take these folks at their word - after all, weren't the Nazis nationalists? Didn't nationalism cause WW2? Etc.La tesi di Smith, come si evince dal testo dell'art., è USA-specific, tuttavia ritengo vi siano dei buone ragioni per applicarla fruttuosamente all'analisi dello sciamannato "sovranismo" (fascista, con mosche cocchiere & vilmente parassite di "sinistra") europeo.
But I've always been suspicious of the "nationalist" label. American rightists have always seemed to me like part of an international, borderless white supremacist movement - a sort of global white-ist Ummah. They always seem to have much more allegiance to their co-racialists in other countries than they do to their own non-white countrymen.
Infatti, come il paziente (ed eroico :)) lettore delle testate "sovraniste" (per tacer del relativo sottobosco web) europee non avrà difficoltà a constatare, il "nazionalista" europeo, pur esibendo i soliti patetici slogan etnici ("prima gli italiani", come da vulgata salviniana; come, chi è Salvini? Ma dài: è il guerriero del web e il fuggiasco della realtà), vanno letteralmente in calore solo quando le loro pulsioni razziste (ormai le nascondono solo, e solo parzialmente, i parlamentari: il po-pollo leghista, lepenista, orbanista, wilderista e faragista sbraca senza ritegno -- e, prudentemente, senza nome) sono appoggiate da un leader "bianco" (?), preferibilmente "straniero" (si percepiscono giustamente come "Italietta") e politicamente potente (Trump è l'esempio più diretto, Putin quello più obliquo).
Il gregge sovranista, i cui Dioscuri sono l'irrazionalità (la crescita del lavoro con la diminuzione del commercio internazionale, id est la verginità puttanesca) e l'ignoranza (della divisione globale del lavoro), si comporta cioè come una mandria sociologica ipnotizzata da un concetto (la "razza") definitivamente smontato dalla scienza (vedi alla voce Cavalli Sforza). Tutte le chiacchiere sull'immigrazione sono fumo neglio occhi: la banale realtà di questa feccia è l'odio per neri, slavi e zingari.
Ergo, come non mi stancherò di ripetere, quest'immondizia (un'immondizia vincente, come si dovrebbe ricordare mentre si procede ad un'accurata manutenzione delle proprie armi) è una forma di perverso anti-internazionalismo etnico, pronto ad esplodere il giorno dopo la "vittoria" (dopotutto, sono ancora meno furbi dei fessissimi credenti nell'Ummah). Il che non sarebbe un male, se non rischiassimo (se non avessimo anzi la certezza) di beccarci le relative schegge.
L'agenda politica razionale deve dunque guardare al "dopo", e considerare (sia strategicamente che tatticamente) il populismo come il NEMICO, con il quale non c'è pactum; solo bellum.