In un interessante art. di Roberta Carlini ("I timidi progressisti e la quarta via aperta dalla crisi"), uscito oggi su "pagina99", la giornalista, "recensendo" (inter alia) Quanto capitalismo può sopportare la società, di Colin Crouch (Laterza, Bari 2014), nota il continuo riferimento dell'autore "al classico di Polanyi" (La grande trasformazione), chiosando: "la mercatizzazzione abbatte vecchie strutture sociali, distrugge legami mentre costruisce ricchezza, cambia le comunità e i singoli. Oggi come alla fine del diciassettesimo secolo, occorre interrogarsi su cosa resta e cosa serve, dove il mercato funzione e dove va fermato [...]".
Ecco, vorrei rispondere in modo semplice e paradossalmente marxiano a questa interrogazione: sotto l'aspetto social-distruttivo il capitalismo non va fermato: è cosa buona e giusta che rada al suolo lo Stato, la nazione, la comunità etnica, le tradizioni avite, la religione, la famiglia e l'individuo-libero.
Il "campo di gioco" è cambiato: è il mondo. La funzione positiva e distruttiva del Capitale sta dunque creando la dimensione del cambiamento, la premessa necessaria di qualunque Gemeinschaft universale. In questo (ristretto) senso, il capitalismo non è un nemico della sinistra, e tanto meno della sinistra comunista: è anzi il suo migliore alleato.
Ma esiste ancora una sinistra comunista, ad es. in Italia? Oggi vedo i "comunisti italiani" baloccarsi con la "sovranità nazionale", i dazi, la moneta patria: sono sulla via della confluenza con la destra regressiva e fascista, mentre qualunque libertarian yanqui è migliore della fogna lepenista, leghista e faragista.
Alcuni sedicenti comunisti (nonché il pastrocchio pentastelluto) inseguono il "popolo" (cioè il ventre interclassista e reazionario tipico delle società moderne) credendo di avere a che fare con il proletariato, e scambiano rivolte incòndite per prodromi di una rivoluzione che non sanno riempir che di ecologia, onestà e disprezzo per il denaro.
Che i comunisti italiani stiano diventando amish? :)